Interpelli in materia di salute e sicurezza

Due casi di interpelli in materia di salute e sicurezza

Introduzione 

L’art. 12 del D.Lgs n. 81/2008 ha istituito presso il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali la Commissione per gli Interpelli.

Alla Commissione, tramite posta elettronica, possono inoltrare quesiti di ordine generale sull’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza del lavoro: 

  • gli organismi associativi a rilevanza nazionale degli enti territoriali
  • gli enti pubblici nazionali
  • le regioni e le province autonome
  • le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale (di propria iniziativa o su segnalazione dei propri iscritti)
  • i consigli nazionali degli ordini
  • i collegi professionali

Le indicazioni fornite dalla Commissione nelle risposte ai quesiti costituiscono criteri interpretativi e direttivi per l’esercizio delle attività di vigilanza.

Due sono i quesiti proposti alla Commissione in questi primi mesi dell’anno, entrambi formulati da Università, e che possono essere di grande interesse per le scuole.

Un quesito di grande interesse

Nel primo quesito la Commissione è stata “interpellata” in merito ad un’interpretazione normativa*, mentre il secondo quesito ha riguardato alcuni aspetti collegati alla formazione.

* di quanto previsto all’art 41, comma 2 lettera e -ter del D.Lgs n. 81/08

Vediamoli meglio nel dettaglio.

Il primo quesito, proposto dall’Università degli Studi di Milano-Direzione Risorse Umane, chiedeva una interpretazione della lettera e-ter della normativa sopra citata, secondo cui la sorveglianza sanitaria comprende “la visita medica precedente alla ripresa del lavoro, a seguito di assenza per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi, al fine di verificare l’idoneità alla mansione”.

Questa la domanda: “anche un soggetto non esposto, né segnalato esposto, ad alcun rischio lavorativo (chimico, biologico, meccanico e per uso di VDT), deve essere visitato dopo 60 giorni di assenza per malattia?”.

La risposta della Commissione ha confermato che il comma in questione riguarda i soli lavoratori che risultano essere sottoposti a sorveglianza sanitaria e che pertanto, in caso di assenza per malattia superiore ai sessanta giorni, ciò che la scuola dovrà verificare è se il lavoratore rientrante dalla malattia superiore ai sessanta giorni continuativi risulterà tra quelli indicati dal medico competente nel piano di sorveglianza sanitaria.

In pratica, nel caso il lavoratore assente rientri tra quelli a cui il medico competente ha già rilasciato il giudizio di idoneità alla mansione*, questa dovrà essere rinnovata al fine di confermare o meno l’idoneità del medesimo alla mansione e poterlo ri-collocare nella attività in precedenza svolta.

* art. 41, p. 6. D.Lgs 81/2008

Il comma in questione, dunque, non si applica ai lavoratori per i quali non è prevista la sorveglianza sanitaria.

Il secondo interpello

Il secondo interpello è stato invece proposto dall’Università Federico II di Napoli che ha chiesto alla Commissione se ritenesse conforme all’accordo Stato-regioni un patto aziendale che possa prevedere un numero non superiore a 100 unità di studenti, equiparabili ai lavoratori, partecipanti ad ogni corso di formazione, invece dei 35 statuiti dal suddetto accordo.

In pratica si chiedeva se ad un corso di formazione per lavoratori, nel caso specifico studenti equiparati, potessero essere presenti più di 35 lavoratori, giustificando e motivando questa scelta tramite un accordo aziendale.

La risposta ha confermato che 35 lavoratori (e con il “nuovo Accordo di riordino della materia”, di prossima pubblicazione, il numero dovrebbe scendere a 30) è un numero non superabile allo stato della normativa attuale, dal momento che non si può prescindere da quanto previsto dall’accordo* stipulato il 7 luglio 2016 in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano.

* al punto 12.8 e nell’allegato V

Considerazioni

A completamento di questa chiara indicazione possiamo aggiungere due riflessioni.

La prima è che con il rispetto del numero massimo di partecipanti ai corsi, il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione “sufficiente ed adeguata” in materia di salute e sicurezza, così come richiesto dal Testo Unico*.

* comma 3 dell’art. 37

Corsi con un numero superiore di partecipanti potrebbero veder compromesso l’apprendimento e i risultati. 

Un po’ come se in una classe, invece di 25-28 alunni, ce ne fossero 70. 

Il programma sarebbe sempre lo stesso ma probabilmente ci sarebbero difficoltà maggiori nel portarlo a termine, il trasferimento di conoscenze potrebbe ridursi, il feedback degli studenti potrebbe risultare insufficiente e il risultato finale lasciare a desiderare.

Non ultimo, ritornando alla formazione in materia di salute e sicurezza, gli organi di controllo potrebbero non ritenere idonea la formazione effettuata e sanzionarci proprio per “inadeguata e/o insufficiente formazione, non rispondente a quanto stabilito dalle norme”.

La seconda riflessione è che in alcuni casi lo stesso accordo Stato-regioni* consente un numero indefinito di partecipanti ma solo in caso di aggiornamento formativo svolto tramite la partecipazione a seminari o convegni, e per una quota non eccedente il 50% delle ore previste per l’aggiornamento (che, è sempre bene ricordarlo, per i lavoratori e i preposti è pari a 3 ore).

* punto 12.8 comma 2

Due sentenze della Cassazione

L’importanza della formazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro è ben espressa da due recenti sentenze della Cassazione penale. 

Nella prima sentenza, la n. 39489 del 19 ottobre 2022, la Cassazione afferma che l’omessa formazione del lavoratore in materia antinfortunistica non può mai ritenersi compensata dalla professionalità acquisita negli anni dal medesimo.

Secondo la Suprema Corte il datore di lavoro che non provveda alla formazione dei propri lavoratori sarà chiamato a rispondere dell’infortunio occorso al lavoratore tutte le volte che l’omessa formazione possa dirsi causalmente legata al verificarsi dell’evento (quindi alla sanzione per omessa formazione si aggiunge il concorso nell’infortunio accaduto).

La seconda sentenza, la n. 12241 del 9 maggio 2023, individua nel rifiuto del lavoratore di partecipare ai corsi in materia di salute e sicurezza una grave insubordinazione meritevole, se reiterata, anche del provvedimento di licenziamento.

Le motivazioni della sentenza sono riconducibili essenzialmente alla duplice natura dell’obbligo formativo, sia penale che contrattuale.

Dal punto di vista contrattuale la violazione da parte del lavoratore degli obblighi di diligenza e fedeltà ovvero delle regole di correttezza e buona fede*, è tale da ledere in via definitiva il vincolo fiduciario e di rendere proporzionata la sanzione del licenziamento irrogata dal datore di lavoro.

* ex artt. 1175 e 1375 c.c.

Dal punto di vista dell’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza, la formazione e l’informazione sui rischi e sulle misure di prevenzione e protezione da mettere in atto sono gli strumenti più efficaci che il lavoratore può utilizzare per evitare infortuni e malattie professionali durante l’attività lavorativa.

Ne consegue che, per la Suprema Corte, l’omessa formazione comporti la responsabilità dei diversi attori della sicurezza, ivi compresi i lavoratori.

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